Da lungo tempo l’antropologia culturale ha dedicato particolare attenzione alle forme di ritualizzazione collettiva nei gruppi sociali, così come la psicopatologia ha indagato con altrettanta cura i casi di rituale ossessivo individuale. Poco interesse, invece, ha suscitato nelle varie discipline la ritualità personale e quotidiana1. Quelli che ho definito “i piccoli riti del quotidiano”. Poco fa, prima di sedermi davanti al portatile per scrivere, mi sono preparata una tazza di tè nero e l’ho posizionata alla destra del monitor, vicino al mouse. Questo rito mi accompagna ogniqualvolta mi dedico alla stesura di un testo, aiuta la concentrazione e mi tiene compagnia. E’ senza dubbio ha un aspetto scaramantico: privarmene significherebbe garantire una cattiva sorte al testo! Scusate, non vi tedio per mero egocentrismo, volevo mostrarvi con quanta frequenza, e spesso disattenzione, la ritualità personale accompagna la nostra esistenza. Le dinamiche alla base sono pressoché universali, l’attuazione del gesto è personalissima.

Tutte queste riflessioni nascono dall’incontro con l’arte di Cristina Treppo, che dal 18 febbraio 2012 invaderà -letteralmente- lo spazio di Casa Sponge, con un lavoro che oserei definire un rituale di sopravvivenza allo scorrere incessante del tempo. Lo sforzo della memoria (e della “Memoria”) contro il Tempo è un tiro alla fune che lentamente trascina la prima verso il secondo, costringendola a una caduta nel fango. Si tratta di una lotta che vede impegnato l’Uomo contro l’Oblio. Appariranno e si diffonderanno come piccoli spiriti, che si materializzano nell’antica abitazione di campagna, oggetti d’uso comune, che proprio per la familiarità che rivestono, saranno immediatamente riconoscibili, ma la decontestualizzazione subito ci disorienterà: l’artista infatti li moltiplicherà, li collocherà in punti inaspettati delle stanze, privandoli così della loro originaria funzione e conferendogli un’anima e una volontà indipendente dalla condizione di oggetto inanimato cui siamo abituati. L’elemento più incisivo è il peso di queste sagome, in cemento pieno o ricoperte di cera, materiali che sembrano trattenerne l’energia, la memoria, intrappolandole così in una sospensione temporale.

Come nel libro Quando Teresa si arrabbiò con Dio, Alejandro Jodorowsky2 romanzò ed esaltò la memoria dei suoi avi, così la Treppo dona solennità al comune bicchiere e alla modesta ciotola, conferendo struttura ed eternità alla fragilità del quotidiano. Il rito che ha accompagnato e accompagna l’artista si divide in due momenti principali. Il primo consiste nel forgiare, dando vita a un esercito di stoviglie, il secondo si sviluppa nell’abitare lo spazio invadendolo e animandolo. Non vi è “Io” senza il “Tu”, nella condivisione l’arte acquista significato, così nell’esposizione al pubblico si compie e conclude il ciclo rituale di sopravvivenza alla Morte.

La pratica della Memoria, individuale e collettiva, e più intimamente del ricordo, ci permettono di sopravvivere alla quotidianità stessa della vita, intessuta di rimandi a quel che fu, nella meraviglia e nel dolore che caratterizza il vissuto personale.

Così agisce Cristina Treppo, catturando frammenti del passato con l’auspicio che superino e salvino noi stessi, ripercorrendoli e trascrivendoli nell’arte. Non possiamo a tal proposito che menzionare chi ha saputo rendere tanto bene il medesimo intendo nella letteratura, parlo di Walter Benjamin3 e cito Marcel Proust4:

“I veri paradisi sono i paradisi perduti” 5

nila shabnam bonetti


1 Silvia Bonino, I riti del quotidiano. Studio psicologico della ritualizzazione personale. Bollati Boringhieri, 1987, Torino
2 Alejandro Jodorowsky, Quando Teresa si arrabbiò con Dio. Feltrinelli, 1996, Milano
3 Infanzia berlinese intorno al millenovecento
4 À la recherche du temps perdu
5 Marcel Proust, Le temps retrouve

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