“Se ho scritto è per pensiero/perché ero in pensiero per la vita”

                                                                                                            Antonella Anedda

 

Nove donne, nove artiste, nove storie da raccontare. Nove voci- ognuna che spinge verso l’alto pronunciando parole che somigliano ad un incantesimo, parole che risuonano sotto la volta stellata e disegnano mappe celesti per occhi che indagano la notte. Perché è di notte che le cose accadono, è nei sogni, nel silenzio, nelle parole ritornello contro la paura, nel buio che scontorna. Il giorno è solo il rito che prepara il prodigio- e dopo- il fuoco che lo custodisce. Questa è una storia di occupazione domestica, il luogo è Sponge ArteContemporanea. Amalia Mora, Alessandra Maio, Silvia Camporesi, Debora Vrizzi, Simona Bramati, Chiara Mu, Silvia Noferi, Tiziana Cera Rosco e Francesca Romana Pinzari sono state invitate a prendere possesso e fare loro una delle nove stanze di Sponge abitandole presidiandole invadendole con forza o con dolcezza per raccontarci una storia. Qui ago e filo sono le parole, come in un gesto antico e femminile, queste artiste hanno ricamato ognuna una storia affinché noi potessimo ascoltarle tra le mura spesse e il rumore del vento fuori che piega l’erba alta e le bocche dei papaveri.

C’è in tutte loro un gesto di riguardo, una gentilezza sovversiva, che le porta a prendersi cura di ciò che resta indietro, di quelle voci lievi che a stento si percepiscono sopraffatte come succede da urla e grida, sommerse dal tanto ciarlare di questo nostro tempo che rimbalza e amplifica perfino il nulla. Si voltano indietro ad ascoltarle quelle voci, raccolgono la parola abbandonata, la parola marginale. La svuotano dall’uso che la consuma come utensile abusato e la portano attraverso le loro opere al significato, la riconducono in quella terra dove la parola ritorna al suo peso mistico, torna ad essere “promessa”.

Francesca Romana Pinzari, ispirandosi alla favola “I sei cigni” nella versione ripresa dai Grimm, tesserà una coperta fatta di rovi raccolti nel bosco: lo farà restando in silenzio per giorni. Una pratica rituale, un alfabeto fatto di un gesto, una lingua fatta di rami e spine. Nella favola sono camicie quelle intrecciate e il rituale serve a liberare i fratelli della principessa protagonista da un maleficio. Pinzari nei suoi lavori usa spesso capelli e crini di cavallo, usa feticci per comporre segni e sculture: qui il percorso è ferita, è spina nella carne, quasi come se tutto intorno dovesse tacere, se solo attraverso l’eliminazione dolorosa della parola nell’abitudine potesse nascerne una nuova -da dentro, una coperta lessicale per rifugiarsi.

In “E’di colore rosso il cuore” di Simona Bramati abbiamo una donna dalle mani tinte di un rosso vermiglio e alle cui spalle, dietro il capo, spuntano piccoli fragili rami. C’è una germinazione, il rosso non è sangue, è stato ulteriore. Le mani giunte come in preghiera ci fanno immaginare questa donna in silenzio, in attesa di una lingua altra, senza pronuncia-quasi telepatica- che sappia parlare anche al mondo animale e vegetale, che torni ad un’origine. Un’interezza che vediamo persa e tradita in “Lucubratio”, dove la malalingua si nutre di elucubrazioni, vortici ripiegati su se stessi, astratti e staccati dal respiro dalla terra dagli occhi delle creature.

Alberi che hanno memoria, sentinelle silenziose- ancora -piccoli legni indifesi, quelli che Tiziana Cera Rosco accudisce e accarezza tra le parole. Parole prodigio, parole che nella devozione del gesto partoriscono significati. Parole che proteggono come ciotole di riso agli angoli della casa. Nidi di corteccia e terra esili e fragili ma che si fanno rifugio e cavità contro il buio. Radici rosse d’amore “che non sai dove incontri il vivo nelle cose che paiono morte”-come mi racconta Tiziana Cera Rosco, artista e poetessa, sacerdotessa qui tra lenzuola bianche in un rito nuziale. Parole di latte per sfamarci, per sanare la ferita, per sollevare il capo dal peso della cenere.

La “Terza Venezia” di Silvia Camporesi, è un diario fatto di immagini e parole dove la scrittura è l’anticamera del sogno, è la chiave che apre al segreto, l’acqua che bagna le fondamenta di questa città la cui meraviglia è ormai cartolina in ogni angolo: l’artista riesce a raccontarci in un modo del tutto nuovo un luogo/souvenir, ci stupisce, ci prende alla sprovvista. Leggende, mitologie cantilene affondate nella laguna, storie perse e ritrovate, evocate dalle nebbie invernali, sono state l’acqua alta nella scrittura dell’artista, hanno sommerso la realtà per restituircela intatta e sorprendente. Svuotata dal cliché, magicamente evocata nei suoi versi, Venezia è apparsa come non l’avevamo mai vista, ed ora esiste trasformata dall’arte, la pietra conosciuta si è fatta oro nell’incanto.

I modi di dire, i proverbi, le frasi fatte. In “Tears” Alessandra Maio gioca con la parola, la scarnifica. La rende traccia, ricamo d’inchiostro. Solo portandola indietro, riconducendola al gesto/fatica la parola ri-torna svuotata dall’abitudine. Scrive su fazzoletti con grafia minuta e precisa, poi li annoda, e non si può non pensare alla disciplina che da bambini ci ha portato alla conquista della scrittura: pagine di lettere prima e frasi poi, pagine/stoffa di quaderni solcate da tratti via via sempre più certi. Nodi che ci dicono che qualcosa va ricordato, che il rischio è la dimenticanza (non sono poi questi fazzoletti annodati piccoli fantasmi che domandano ascolto?), che la scrittura è qualcosa di magico e stupefacente: analfabeta è chi dimentica, chi cade nel buco dell’è tutto uguale e niente importa.

In “Un-happy Ending” la voce sussurrata, appena percettibile di Debora Vrizzi ci racconta mentre le interpreta le storie di sette donne “principesse immortali”, icone pop a forza, nel momento della loro fine. E’una parola sulla soglia, i loro pensieri vengono già da un altrove, ci sono e non ci sono più; la camera scivola sui loro volti e sui i loro corpi abbandonati con lentezza ed eleganza: sono già sudario, sono già letteratura. Sono una pagina sospesa, si guardano da lontano, dall’alto. Maria Antonietta così come Marilyn, Lady Diana come Francesca Woodman, ci svelano qualcosa del loro destino attraverso Debora Vrizzi. Qui la parola è sogno senza risveglio, è intimità bianca di volti e carne contro la soap opera mediatica delle loro vite.

Ci sono pagine, ci sono libri, in cui si cade innamorati. Ci sono tagliole che imprigionano la caviglia mentre siamo nel bosco d’inchiostro, ci fanno bene e fanno male. Ci sono storie di carta da cui non si può uscire illesi. Amalia Mora con “Ieri” rende omaggio ad un piccolo meraviglioso e feroce libro di Agota Kristof.

Fa delle ferite medaglie, il suo tratto prezioso è sentimento, fascinazione: l’installazione delle tavole compone un cerchio, una pupilla che ci inghiotte, che ci porta dentro quel tempo -ieri-, un orologio con innesco. Ogni disegno diventa esso stesso storia, ogni segno metafora. Amalia Mora ci parla senza parole -con il disegno- ma le parole brillano se ci si avvicina, esplodono nello spazio tra lo sguardo e la carta.

Anche Silvia Noferi parte spesso da libri, la letteratura è fonte di ispirazione, nutrimento per le sue immagini come nel caso di “Hotel Reverie” legato al saggio “Poetica della reverie” di Gaston Bachelard. Noferi mette in scena sogni, fantasticherie, costruisce set metafisici, sospesi nella loro immobilità. Un mondo incantato, perfetto come lo è la parola “bosco” o “castello” in una favola. Con sapienza stilistica costruisce mondi incantati, sembra lasciarci intuire un segreto-qualcosa è sul punto di svelarsi. Ci dice qualcosa ma non tutto, lascia a noi il compito di scoprire cosa è accaduto prima (o casa accadrà subito dopo) del momento “fatale” rappresentato nella foto: dalla parola nasce un’immagine, a noi sta trovare la giusta scrittura, la storia che somiglia al nostro sogno.

Infine, Chiara Mu, artista che lavora con installazione e performance. Nel momento in cui sto scrivendo non so ancora la forma che prenderà il suo lavoro perché per lei è il luogo in cui agisce che fa nascere il progetto, tutto accade nell’incontro e lo scontro con la storia e la memoria in cui andrà a trovarsi.  Ho solo dei suoi versi, scritti apposta per me, in cui mi chiede di non scrivere di lei, gioca con la possibilità, gioca con la mia domanda e come Alice mi annuncia che potrebbe cadere in un buco. La parola è anche questo- essere pronti al rischio, al nome pronunciato. So che occuperà a Sponge il sottotetto, il luogo che nel tempo ha accumulato “roba”-ferro, aste di ombrelli, barattoli, raggi di biciclette e scarpe rotte e scarpe poi aggiustate- e che ora accoglie le opere del nostro ospite Giovanni Gaggia. Il sottotetto è rosso, è un archivio in un certo senso. Chiara Mu tradurrà il luogo, ascolterà memorie passi e provenienze per poi scegliere cosa raccontare e quale lingua usare. Attraverso una pratica di riscrittura artistica ci condurrà dentro una storia nuova ed imprevedibile.

Nove artiste, nove donne, nove storie che vi aspettano.

Alessandra Baldoni

Perfect Number V

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