C’era una volta…

Il meraviglioso è il luogo delle possibilità, dell’insolito, del doppio, dell’equivoco, dell’inganno, dell’imprevisto, dello sbalordimento e dell’incanto, dello straniamento. Di accadimenti straordinari, di mostri terribili e creature ibride. Questa dimensione declina i suoi verbi sui tempi dell’indeterminatezza, della durata dilatata; ha la ripetizione di un rituale e il mistero inquieto dell’ignoto. È parola che evoca immagini, è discorso, leggenda, vera bugia. Sa contenere il mondo. Somiglia all’arte perché fabbrica mondi. Fabula mirabilis.

C’era una volta un castello dai lunghi corridoi decorati da ritratti di fanciulle…
Con minuzia gotica, accuratezza fiamminga.
Seriali declinazioni di una Alice nel Paese delle Meraviglie. Fanciulle in fiore. Presenze misteriose mediate dal sembiante di ritratto ottocentesco, di chi per esistere deve abitare una imago,una visione. Hanno occhi liquidi, come un labirinto di specchi; lembi di carni nivee dal lieve rossore di belletto; linearità bidimensionali senza ombre addosso; colli lunghi modiglianeschi, di cigno; deformazioni da creature fatate. Come figurine fuggite da un libro di fiabe. L’immaginario in crinoline e pizzi di Veronica Chessa è un universo dalla fragilità vitrea, tutto femminile, dal candore e dal mistero adolescenziale. Sospeso tra la concretezza della pittura e l’impalpabilità del digitale. Sembra incantato, stregato per un sortilegio di magia, dentro un tempo fermo, vago, dentro una sospensione senza accadimenti se non certi minuscoli rituali di iniziazione. Officiati in giardini segreti, incantati, labirintici, opulenti e visionari come un hortus conclusus, in toilette da signora, sulle rive di acque trascorrenti tinte di rosa dalle piume di fenicotteri riflessi, tra misteriose rovine in cui compaiono presenze ectoplasmatiche, in oscure foreste predatrici.
Poi gli oggetti come indizi arcani, come certi simbolici attributi delle effigi rinascimentali. Sono una comparsa umile eppure assumono un’ aura incantata, allusiva, recondita, latente, da talismano, epifanie di legami con le dimensioni ulteriori della permanenza, del ricordo, dell’identità, del meraviglioso. Incastonati come gemme, come cammei al centro della composizione, con la cura dell’enigmista. La fragola, le fotografie, l’orologio, il bottone, il carillon portagioie paiono segnali e chiavi di apertura di luoghi stregati, amuleti donati al protagonista della fiaba dal suo aiutante magico. E fiori schiusi ovunque.
Rimandi e allusioni
La percezione è da rebus, frammentata ma sussurrante connessioni.
Come per gli ascoltatori di una piccola fiaba sussurrata prima di dormire, l’artista mette in scena un minuscolo bestiario di colibrì che sognano fanciulle come fiori, di api, di coccinelle, di farfalle, zebre, volpi al guinzaglio contaminando oniricamente le fiabe dell’infanzia. Senza alcun moto narrativo, solo in ostensione. Fabula mirabilis.
C’era una volta una regina decaduta. Nel suo bel castello di un paese lontano le toccava sbrigare da sola tutte le faticose incombenze domestiche…
Con sarcastica ironia, l’irriverenza che ne caratterizza tutta la ricerca artistica Rita Vitali Rosati dissacra l’immaginario fiabesco in questi lavori fotografici. Si rende protagonista e personaggio, si sporca le mani delle convenzioni dei racconti fiabeschi neutralizzandone il programmatico e prevedibile intento didattico, rovesciandolo, giocando con l’imprevedibilità, la sorpresa della visione. Si sta come dietro il buco della serratura, in prossimità, in tralice.
Contaminando e dislocando, sovrapponendo il tempo indeterminato e acronico della fiaba e quello della contemporaneità molto poco fiabesca, l’artista dissemina incongruenze, pare tornare bambina protagonista del gioco “facciamo che io ero…” RVR fa che sia possibile lo stupore, l’incanto quotidiano la convivenza e la connivenza di soffitti affrescati e diademi regali con un ferro da stiro; che la principessa si trasformi in casalinga; che il cavaliere al ballo di corte sia una scopa; che il mirabilis divenga domesticus inaspettatamente; che il desiderio sia che non si presenti il principe azzurro a svegliare dall’incantesimo; che la poesia minuscola del quotidiano sia la meraviglia di chi si pone domande con pervicacia e candore da fanciullo; che il lieto fine non sia fine ma solo lieto per quanto possibile.
L’artista da corpo e consistenza si fa personaggio plurale, maschera ironica, vita che trascorre anche nelle fiabe, rende la finitudine poetica del quotidiano alla supponente indeterminatezza delle storie; protagonista e antagonista, soggetto narrante e soggetto narrato di una rappresentazione. Si moltiplica, si traveste. Si fa trama irriverente. Le agisce quelle fiabe in azioni che non sono rappresentazioni ma sostituzioni magiche. Fa che sia permeabile il confine tra la favola e la realtà attraverso il gesto artistico che è il luogo del possibile.
Poi con trovata inattesa, attraverso la doppia vista e la fissità del mezzo fotografico restituisce i personaggi alla loro bidimensionalità, alla vaghezza della parole che narrano, alla definizione dei ruoli, al tempo immobile.
Perché le fiabe sono più belle al contrario. E con sorpresa.
E…vissero tutti felici e contenti?

Simonetta Angelini


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