In fondo ad un pelago d’aria…”*

Hop, hop, hop
com’è misteriosa la leggerezza
hop, hop, hop
è una strana cosa, è una carezza
che non vuoi
hop, hop, hop
butta via il dolore, la pesantezza
hop, hop, hop
cerca di inventare la tua leggerezza
e volerai.

(G. Gaber, La leggerezza)

Misurare la gravità della leggerezza. Sapere l’abisso d’aria che incombe. Giocosamente. Come un funambolo irridente. Inesorabilmente sottrarre peso.

Il gesto artistico di Giacomo Carnesecchi conosce l’essenzialità aerea ed insostenibile, fendente come una piccola ferita oscura, improvvisa; l’ironia giocosa, scattante, tagliente e sovversiva del colore. Delimita geometrie piane che escogitano uno spazio saturando la tela, tracciando confini che a volte si frantumano. Ereticamente.

L’astrazione sembra divenire strategia per inclinare il mondo e declinare all’ indefinito presente, dentro una sospensione, il linguaggio espressivo della pittura. Lo spazio regolarmente irregolare dei lavori di Carnesecchi è dato per astrazioni e distrazioni, per spigoli acuti ed angoli acuminati come cocci di bottiglia, per direzioni disorientanti, per linee divergenti, per zone piatte. Per frammenti cromatici, per contrasti e dissonanze, per tempi trascorsi.

Pieni lievi e vuoti grevi.

Su queste geometrie del caos, come trattenute da una invisibile trama di ragno, le linee divengono tratto di rapidità sintetica, primordiale come il gioco, di improvvisazione quasi jazzistica.

E’ un processo di sapere mentre si fa, mentre si da forma, l’andare oltre ciò che si sa. È il “sistema di anticorpi di una razionalità prestabilita” come dice V. Globokar riferendosi all’ improvvisazione nel jazz.

L’imprevisto, il rovesciamento diventano la poetica dell’infinitamente minuto, mobile, della dissoluzione della compattezza della realtà.

L’artista fa come chi nasconde qualcosa per farlo vedere meglio.

Sa che “formare significa fare, ma un tal fare che mentre fa inventa il modo di fare” (L. Pareyson).

Le figure, un po’ barone rampante un po’ equilibristi, gli oggetti, appaiono per sovrapposizione e hanno l’inconsistenza di segnali, di proiezioni bidimensionali, senza ombra. Solo lo spessore infinitesimale del gesto grafico di tracciare un’ orma di presenza, graffiti. Pittogrammi segreti dell’”insostenibile leggerezza dell’essere.” Inventano equilibri precari tra arcani ed ironici simboli.

In superficie ma non superficiale.

Il segno, nero, è gesto, è il racconto di una storia minima, irridente e irriverente. È il grado zero di una minuscola cosmologia di un piccolo dio con il vizio della geometria.

Il progetto della serie dei totem sui vizi capitali è la solidità della geometria tridimensionale, la relazione della forma nello spazio. L’artista sa che un oggetto lo abita, lo in-forma, lo altera dialetticamente. Definitivamente.

Il totem è la declinazione di un legame, un vincolo sociale, di una corrispondenza arcana portatrice di sacralità. Il moto artistico è antifrastico: il vincolo sacro celebra, rende paradossalmente divino il più umano degli attributi, il vizio, secondo una grammatica sospesa tra arcaismo, mistero, istinto, liturgia e dissacrazione. La verticalità, il moto ascensionale paiono esorcizzare e accomunare, rendere presente e propiziare, consumare e schernire. Con la levità innocente di certi personaggi di Calvino o di certe fiabe da bambini.

Rapidità e leggerezza. Come una preghiera, come un piccolo rito.

L’analisi diviene sintesi. Di chi sa quanto pesi l’aria, di chi sa di stare “in fondo ad un pelago d’aria”.

Simonetta Angelini

* Frase pronunciata, secondo la tradizione, da Evangelista Torricelli, fisico e matematico (1608- 1647) al momento dell’esperimento che gli permise di scoprire la pressione atmosferica


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