Olometabolia è la metamorfosi crepuscolare, oscura, intima, silente.

Da insetto.

L’ alterazione genetica, il transito attraverso fasi, stare dentro un passaggio.

L’immobilità mobile da crisalide. Addosso, intorno. In concrezione, rappresi come una cicatrice.

Poi la muta. Il radicale mutamento del soma, della forma.

Dentro un oscuro bozzolo l’insetto imperfetto e larvale declina al presente continuo il suo tempo immemore, presagio di possibilità ulteriori.

Si sta come la pupa nella crisalide. Da pupa a imago, alla forma definita e compiuta.

È il passaggio, l’oscurità densa dentro la crisalide, il limen, la possibilità di alterazione della forma, non la perfezione immobile, il luogo indagato dai lavori di Siria Bertorelli e Beatrice Pucci.

Uno spazio in cui la parola perde i suoi privilegi e i suoi connotati ontologici, in cui è rappresentata l’ insufficienza del medium linguistico per la dimensione ulteriore. La parola scritta e pronunciata perde la sua usuale signoria, sostituita da altri codici quasi geroglifici: il disegno, il movimento, il ritmo, la sovrapposizione di segnali.

Dislocazione e spostamento di segni alla ricerca di un esperanto espressivo e visivo, ermetico, sincretico, arcano, mutevole e polisenso.

Il percorso di mutazione è contagioso, l’osservatore diviene polytropos, multiforme. Tanto più sa guardare tanto più il suo percorso si allunga e acquista significato.

Il lavoro da illustrazione eretica di Siria Bertorelli sovverte e dimentica il rapporto tradizionale tra la parola e l’immagine. Il processo è di inversione.

Il supporto è un brandello di vissuto e di abbandono, poi di rinvenimento, ha la lieve consistenza del tempo trascorso sulle cose, la fascinazione della deviazione, della stratificazione possibile di sensi sui segni.

La sintassi espressiva della linearità del disegno, ha il ricordo remoto di certe gotiche miniature, la bidimensionalità e la sintesi arcana di chi crea simboli, la dialettica della sovrapposizione, della trasformazione, della corrispondenza tra le cose.

L’audacia, la sovversione quasi surreali del sincretismo di immagini e simboli, del decontestualizzare e reinventare i segni.

Le ombre si allungano e hanno vita autonoma. L’immaginario è di infanzia oscura, da disvelamento, da devianza caustica.

Corpi rotti come automi, ibridi animali e sessi impuberi, donne contenitore, punizioni arcane. Con la minuzia volubile di un miniaturista folle in bianco e nero, un po’surrealista un po’magrittiano che si trastulla con tutti gli elementi della dimensione onirica, l’artista frantuma la percezione con meccanismo da rebus. In attesa che scatti una trappola. Vagamente avvertiti e frugati nell’inconscio. Con irrisione cattiva di fanciullo.

Il gioco delle perle di vetro è libro d’artista che dimentica le parole, libera declinazione tridimensionale e geometrica, pentagonale dell’omonimo testo, oscuro di Herman Hesse, in cui è narrata la storia atemporale ambientata nell’immaginaria regione di Castalia. Un luogo che ha nome di Musa che si tramuta in fonte, di una arcana sapienza liquida, trascorrente.

Protagonista è Josef Knecht, un orfano dalle doti musicali straordinarie che gli consentono di entrare nella comunità di sapienti di Castalia, utopistica, fondata sulla pura ricerca intellettuale, e di educarsi al gioco della perle di vetro divenendo Magister Ludi. Le regole del misterioso gioco non vengono mai spiegate, sembrano avere la dialettica della sintesi del sapere umano, le mosse consistono nello stabilire relazioni tra soggetti e concetti apparentemente remoti tra loro. Un gioco di astrazione, di connessioni, di invenzioni, di rappresentazioni, quasi un calcolo universale della conoscenza. Il testo di Hesse è l’eterna contrapposizione tra vita attiva e contemplativa; Knecht sceglie di fare ritorno al mondo, con il solo ausilio di un oggetto magico, un talismano: un flauto, la musica. Un ritorno al caos.

Il protagonista si dedica ad un percorso di educazione del figlio dell’amico De Signori.

L’inimmaginabile finale conduce Knecht alla morte in un lago, nel corso di una gara di nuoto con il giovane. Il lago femmina con lunghe mani rapaci.

Icononauti delle immagini. Visionari inclini al mirabilis, capaci dell’idèin greco, che è facoltà della vista poi della visione.

Una strategia di dissimilitudine, di allontanamento dalla realtà. Animazione è infatti “dar vita ad un mondo puramente fittizio, che non riprende semplicemente le azioni della vita reale, ma le inventa ex novo”[1] .

Il lavoro di animazione di Beatrice Pucci è una atmosfera surreale ha la sintassi misterica di Svankmajer, di Alexeieff, di ricordo onirico; dentro un minuscolo mondo che ha principio con una geometria e un’ombra proiettata, in cui la tenebra ha il color seppia della memoria, in cui il ritmo è di cuore pulsante, di ali squamose di falena notturna che sbattono contro le imposte, gli oggetti divengono misteriosamente simboli, segnali, corrispondenze. Indizi di un collezionista seriale. Con minuzia da entomologo.

Il suono è oltremondano come un sibilo, immaginifico, come per un cortocircuito percettivo.

La luce, dalle ombre lunghe, ha la consistenza di un enigma, la malinconia di una inadeguatezza.

Il lavoro di animazione in stop motion di Imago è un progetto e un processo quasi da artifex che crei la vita costruendola, dai tempi dilatati, di straniamento, di dilatazione percettiva. Imago è l’insetto perfetto dopo la muta ma anche immagine, ombra, spettro, spirito, poi visione, sogno, ricordo.

Il pupazzo è marionetta, pupa, tramite, alter ego.

Il lavoro della Pucci è una microstoria senza accadimenti, di metamorfosi, di rigenerazioni plurali, di arcane corrispondenze, di vita che si da attraverso il movimento che diviene una danza arcana di relazioni, attraverso lo sguardo, la meraviglia. Nello spazio di un batter d’ali.

Il puppet animato, di cartapesta, plastilina, cuciture, ferro e crinoline partorisce oggetti da una ferita, se ne appropria di nuovo, sembra metabolizzarli fagocitandoli e attraverso la mimesi del movimento.

La metamorfosi, la rigenerazione si compiono nella dimensione della soggettiva, nel silenzio, nel tempo fermo, nel vuoto denso, gravido dell’oscurità che ciascuno può abitare come sa. Si conclude con la compiutezza di una serie.

La falena notturna sa simbolicamente attraversare le ombre, cercando la luce.

Resta la presenza immobile della scultura, la pupa priva del movimento. Fissa come un testimone silente. La stasi e il movimento.

Olometabolia è visione, percorso di deviazione e di mutazione. Declinazioni possibili di quel buio dentro la crisalide.

Simonetta Angelini


[1] dalla definizione del termine nello statuto dell’ASIFA- Association internationale du film d’animation


Vedi il comunicato stampa

I Commenti sono chiusi

Iscriviti alla Newsletter!
Categorie
Archivi
Articoli più letti
  • Non ci sono elementi
Questo sito utilizza i cookies - This website uses cookies
OK