Stefano Verri

Quando pensiamo agli interventi dell’uomo sul paesaggio, in particolare a quelli effettuati qualche decennio fa, i primi esempi che probabilmente ci tornano alla mente sono quelli tristemente assurti agli “onori” della cronaca: colate selvagge di cemento, disboscamenti arbitrari, speculazioni di vario genere che nel giro di qualche anno disintegrano la bellezza millenaria di un luogo.
Ci sono però luoghi, come la Gola del Furlo, in cui le azioni rispettose dell’uomo si integrano perfettamente al lavoro paziente di Madre Natura, creando uno spettacolo decisamente unico. Lingue di boschi verdi scendono dalle montagne verso un fiume di colore smeraldo interrotto da una diga, una piccola Chiesa quattrocentesca sorge a ridosso di una galleria del VI secolo che ancora porta le cicatrici dell’esplosione dell’aceto, mente dietro questa un’altra galleria testimonia un passaggio ancor più antico. Un paesaggio in cui la natura e le cose si integrano, in cui la stratificazione delle costruzioni parla del rapporto dell’uomo con l’ambiente che vive e delle sue necessità di piegare, secondo l’epoca e i mezzi, la natura a proprio vantaggio, con raro equilibrio pare, in questo caso.
Ma, la Gola del Furlo ci racconta anche storie di persone, dei viandanti che nei secoli per un motivo o per un altro si sono trovati a passare per quei luoghi, a volte lasciando qualche testimonianza di sé, come le scritte, relativamente recenti, tracciate timidamente con la matita sull’edicola di pietra grigia dedicata alla Vergine che sembra quasi accoglierci quando si entra in Chiesa.
Questo luogo, che come sul filo di una collana di perle accosta l’una all’altra piccole gioie di rara preziosità non poteva essere utilizzato come un contenitore qualunque, ma doveva per forza dare vita ad un progetto unico ed apposito, pensato e realizzato esclusivamente perché, nuovamente, la natura e le cose (questa volta opere d’arte) trovassero una convivenza armonica e di valorizzazione reciproca.
Per questi motivi abbiamo deciso di creare un progetto work in progress, di cui questo catalogo è testimonianza, in cui gli artisti sono stati invitati a lavorare direttamente sullo spazio e sul paesaggio. Un metodo di lavoro che ha dato origine a un cortocircuito straordinario in cui il luogo, gli artisti ed i visitatori, hanno convissuto per una settimana fin quando gli artisti non hanno lasciato i loro lavori a raccontare al posto loro.
Dei funghi nati spontaneamente all’interno della Chiesa, danno a Giovanni Gaggia lo spunto per la sua performance. La natura si riappropria timidamente di uno spazio “rubato” dall’uomo mentre l’artista amplifica con il suo gesto quasi sacrale questo concetto. Cassette piene di terriccio prendono possesso della stanza, l’artista, moderno demiurgo, con gesti rituali sminuzza i funghi e li pianta, l’acqua simbolo di vita bagna la terra rendendo possibile il miracolo della rinascita.
Domenico Buzzetti e Michela Pozzi, per la prima volta collaborano ad un progetto comune, e lo fanno fondendo le loro poetiche ed intervenendo sugli stessi luoghi. Un video, girato nella Riserva, offre una lettura poetica e quasi onirica del paesaggio. La cava, la diga, i ripetitori telefonici sospesi tra luoghi dell’uomo e luoghi della natura diventano posti da abitare, da vivere, da interiorizzare. Così Michela porta degli oggetti che possano rendere domestico un posto inospitale, mentre Domenico assorto nella sua arte interiorizza il paesaggio attraverso la musica.
I Pao Atelier (Silvia Caringi e Omar Toni) creano invece con la loro installazione un passaggio dimensionale tra l’interno e l’esterno, modificando le coordinate e la percezione di un luogo. Un pezzo del teatro di repertorio diventa protagonista di un azione innovativa, così Ofelia, dall’interno di un confessionale sospeso tra la Chiesa ed il fiume sussurra il proprio dolore esistenziale. Ma, Ofelia stessa sublima il personaggio Shakespeariano per assurgere a simbolo dell’umanità sia nel dolore sia nell’ironia della stanza del bucato.
Infine, cinque cornici digitali si insinuano nella galleria più antica, qui Valentina Olivi scopre il corpo attraverso la luce filtrata da una tapparella. Una luce che avvolge le forme e le rende un qualcosa di diverso. La carne si trasforma, fino quasi a perdere la propria funzione per trasformarsi in forma quasi astratta.
Un lavoro quello di questi artisti fatto sul luogo e per il luogo, un modo per interpretare e valorizzare uno straordinario scenario naturale.


Vedi il comunicato stampa

I Commenti sono chiusi

Iscriviti alla Newsletter!
Categorie
Archivi
Articoli più letti
  • Non ci sono elementi
Questo sito utilizza i cookies - This website uses cookies
OK