Where I am

Where I am non è altro che il nome di un software per smartphone.
Personalmente sono rimasta colpita dal nome del prodotto, ma ancora di più dalla sua descrizione, confezionata dal provider per promuovere questa “cortese tecnologia”:

Quante volte vi siete dimenticati di spegnere il telefonino al cinema o in chiesa? Adesso il vostro telefonino penserà da solo ad evitare tali situazioni. “Where I am”… permette di insegnare al cellulare cosa fare in determinati luoghi. Puoi tranquillamente addormentarti nel treno – il cellulare ti sveglierà appena ti avvicini alla tua stazione di destinazione. “Where I am” può avvertire un amico con un SMS che stai arrivando o spegnere l’audio quando entri al cinema. L’unica cosa da fare è dire al programma quando ti trovi in un’ area dove il cellulare dovrebbe svolgere una certa azione. “Where I am” renderà la tua vita più facile.

Where I am, Dove sono, se aggiungessimo un punto di domandala la certezza che “cortesemente” ci viene offerta dal mini Gps crollerebbe drasticamente.

La percezione dello spazio cambierebbe ed inoltre ad una domanda dovremmo dare una risposta. Ma quale risposta?
La percezione dello spazio nella contemporaneità ha assunto connotazioni a dir poco deliranti.
Paolo Martini1 in un recente articolo delinea una nuova tipologia di generazioni: “generazioni GPS” o “generazioni digital-native”, che talvolta nella forma massima di deviazione, assumono atteggiamenti di tipo maniacale-ossessivo.

“ …è la fabbrica dei dispersi nel mondo, dei device-aholic, i drogati di cellulare e pc che navigano così bene i mari virtuali da non riuscire più a orientarsi nello spazio fisico…”

Il sapersi orientare in uno spazio fisico presuppone una sua comprensione.
L’uomo contemporaneo, al contrario, in un processo inarrestabile e irragionevole, diventa profugo involontario dello spazio in cui vive.
Le parole che meglio interpretano questo momento unico nel suo genere sono quelle del geografo Franco Farinelli2:

Oggi l’informazione è infinita ma la comprensione del mondo diminuisce ogni giorno…Oggi lo spazio e il tempo sono finiti, quindi siamo costretti a tornare all’origine per spiegare un mondo divenuto incomprensibile…”

Gli artisti qui presentati, con la loro opera, rappresentano la necessità di tornare all’origine.
I messaggi veicolati dall’opera d’arte, sembrerebbero meglio allineati alla figura dei “dispersi del mondo” piuttosto che alla comprensione di quest’ultimo, ma è proprio nella messa in scena della contraddizione che l’artista offre allo spettatore la possibilità di fermarsi e riflettere.
Nel catalogo il lettore potrà notare che ogni gruppo d’artisti è identificato con il nome di uno dei fiumi dell’inferno.

Questa suddivisione vuol essere un’ulteriore interpretazione della contraddizione come mezzo di ricerca per l’artista.
Erwin Panofsky3 nell’affrontare il legame tra l’opera di Michelangelo Buonarroti e la filosofia neoplatonica, individua con chiarezza nel contrasto di concetti il mezzo di ricerca dell’artista.

Tutto ciò non è eccezionale. In un artista italiano del Cinquecento la presenza d’influenze neoplatoniche è spiegabile più facilmente di quanto sarebbe la loro assenza. Ma tra i suoi contemporanei Michelangelo fu l’unico che adottò il neoplatonismo non per alcuni aspetti bensì nella sua totalità, e non come sistema filosofico convincente, e tanto meno come moda del giorno, ma come giustificazione metafisica di se stesso. Le sue proprie esperienze emotive, che avevano raggiunto il primo culmine nell’amore per Tommaso Cavalieri, e il secondo culmine nell’amicizia per Vittoria Colonna, si accostavano all’idea dell’amore platonico nel senso più puro. Mentre la credenza neoplatonica nella “presenza dello spirituale nel materiale” offriva uno sfondo filosofico al suo entusiasmo estetico ed amoroso per la bellezza, l’opposto aspetto del neoplatonismo, l’interpretazione della vita umana come forma irreale, deviata e tormentosa dell’esistenza, paragonabile alla vita nell’Ade, era in armonia con l’incommensurabile scontento di se stesso e dell’universo, nel quale consiste la firma stessa del genio Michelangelo”.

La stessa scelta grafica del catalogo benché si adegui alle istanze proprie di un social network in cui la sovraesposizione è massima si contrappone all’intima ricerca degli artisti.

Laura Baldini e Domenico Buzzetti legano la loro opera alla memoria dell’infanzia, il ricordo oltre a delineare l’innocenza del momento offre allo spettatore un’ulteriore chiave di lettura sullo spaesamento (non comprensione del mondo) e l’incertezza del futuro.
Allegra Corbo e Michele Pierpaoli esprimono la potenza simbolica dell’immagine. La riflessione avviene sui manuali di medicina, sullo studio dell’anatomia e della biologia.
Questo scavare nel profondo racchiude la necessità di ritornare all’essenza e alle forme pure.
Beatrice Pucci con Mimesi rappresenta tutta la fragilità e l’equilibrio precario della natura umana.
Le figure femminili proposte da Simona Bramati e Ivana Spinelli sono avvolte da un’aurea di mistero, nonostante la menomazione/mortificazione corporea e le pose lascive, esse assurgono ad una forma di sacralità che lo spettatore non può che percepire.
L’opera di Giacomo Carnesecchi è sospesa tra la ricerca espressiva del contemporaneo e le forme primordiali della pittura rupestre.
E’ nei momenti di crisi che occorre tornare all’origine, all’archè dove pensiero e mondo coincidono4.
Roberto Cicchinè con Prossimità e distanze racchiude nel fermo immagine di un bouquet da sposa in fiamme tutte le problematiche connesse ad una relazione.
Rita Vitali Rosati e Francesco Diotallevi con tono beffardo ironizzano figure già fortemente stereotipate umanizzandole.
Giovanni Gaggia in maniera arguta sintetizza in un unico atto tutte le problematiche contemporanee connesse alla relazione dell’uomo con la religione.

Con F.A.M. venti6 allo spettatore non è offerto un mini GPS per orientarsi ma solo un po’ di buon senso.

L’opera d’arte diventa una bussola e l’artista contemporaneo un esploratore che scandaglia le contraddizioni della natura umana dando allo spettatore l’opportunità di riflettere e non annegare nel mare dei “dispersi nel mondo”.

Susanna Ferretti


1 Paolo Martini, 2010, Generazione “GPS oppure “NSP”?, IL Intelligence in LIfestyle,19, 66.
2 Walter Mariotti, 2010, Primo il Mondo, intervista a Franco Farinelli, IL Intelligence in Lyfestyle, 19, 63-66.
3 Erwin Panofsky, 1939, Studi di iconologia, 2006, Martegallo (Venezia), Einaudi, 248.
4 Walter Mariotti, 2010, Primo il Mondo, intervista a Franco Farinelli, IL Intelligence in Lyfestyle, 19, 63-66.


Vedi il comunicato stampa

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