Il viaggio di Aibebelau della Luna Magica

Favola fantasiosamente ispirata all’opera di Serena Piccinini ed ambientata nell’Ongeim’l Tketau (Lago delle Meduse) situato sull’ Isola di Eil Malk, appartenente alla Repubblica di Palau, stato insulare nell’Oceano Pacifico, situato a circa 500 km a est delle Filippine.

di Viviana Siviero

Premessa

In un luogo lontano lontano, c’è un’isola che si trova al centro dell’Oceano. Al centro di quest’isola c’è un lago, in cui vivono in totale isolamento, immerse in una pace indisturbata, miriadi di meduse. Non sono costrette a cacciare come le loro sorelle marine, perché in passato strinsero un’alleanza con il popolo delle alghette sagge: accettarono di prendersene cura, lasciandole vivere sotto il loro cappello e accompagnandole verso il sole ovunque egli corresse. In cambio, le alghette acconsentirono a preparare per i loro ospiti succulenti pranzetti zuccherini.

Da sempre, ad ogni nuova nascita, le profondità del lago si animano di colori e sfumature: le neonate meduse sono costrette a stare per un certo periodo attaccate al fondo, prima di essere pronte a fluttuare libere, nell’incantato lago, sul cui specchio, ogni notte, si affaccia il volto della luna loro madrina.

I sogni

Sognavano. Tutte ancorate a terra, le une vicine alle altre, con i tentacoli trasparenti rivolti verso l’alto. Non potevano fare altro che restare ferme, in attesa del distacco: come sarebbe stata emozionante poi la vita. Aibebelau, che in lingua Palau significa favola, possedeva un corpo leggero e trasparente, così come i suoi sogni. La piccola medusa sapeva che un giorno, per lei, il fondo di quel lago sarebbe stato solo un lontano ricordo, voleva vedere il mare e dai racconti che aveva sentito fare al popolo dell’aria, c’erano anche il cielo e la terra da esplorare. Un giorno accadde: senza alcun preavviso Aibebelau e le sue sorelle erano libere di volteggiare fra i flutti dell’abisso che fino ad allora era stato la loro culla. Tutto il banco di sorelle, per un po’, fece quello che facevano normalmente le meduse: fluttuavano, si guardavano intorno, creavano mulinelli di corrente per ossigenare l’acqua e si prendevano cura del popolo delle alghette, rincorrendo continuamente il sole. Spesso, sognando il mondo al di fuori del lago, le capitava di dimenticare il sole e veniva destata dalle proteste delle alghette sotto il suo cappello: «Aibebelau – le dicevano – se non prenderemo abbastanza sole, con cosa potremo mai cucinarti la cena zuccherina questa sera? Se non mangi, ti restringerai fino a scomparire…forza piccina!» Un giorno, mentre cercava di catturare un raggio particolarmente grasso le capitò di sentire due uccelli che cinguettavano di fantastiche avventure: avevano cercato Oscuro, un burbero pesce che viveva al buio e per questo aveva un lampione sulla testa, giocato a carte con Bauhaus, un paguro che non sopportava di lasciare la propria casa e quindi la portava sempre con sé, ballato con Cinque, una simpatica stella marina e conversato con Fermo, un corallo rosa molto vanitoso. Aibebelau andò a raccontare tutto a sua madre Polipo. «Piccola mia – le disse sua madre – le nostre cugine, in mare, sono costrette a cacciare poveri pesciolini. Ricordi poi le storie che raccontavo a te e alle tue sorelle, quando eravate attaccate al fondo, per farvi addormentare?». Solo a pensarci, Aibebelau rabbrividì; ripensò alla storia del Tonnaccio Mannaro e a quella di Tartaspaventa, la terribile creature verde che si diceva esistesse da sempre, fosse fatta di solida roccia e rapisse le piccole meduse mentre stavano dormendo, portandole via dentro un enorme sacco nero senza che nessuno se ne accorgesse. Possibile che anche i Delfuochi fossero reali? Si diceva ingoiassero le meduse a sciami, dopo aver emesso un suono seducente e terribile. C’erano diverse leggende antiche a riguardo: la più famosa raccontava di una femmina di Delfuoco che aveva attirato col suo canto un banco di meduse al seguito del coraggioso eroe Meduseo, che riuscì a liberarsi dalla malia seducente di questo essere tappandosi gli organi sensoriali e a tornare dalla propria moglie Medelope, nel proprio regno sotto Cefalonia.

La profezia Scifoide

Aibebelau non si lasciò intimidire da questi racconti: nonostante tutto sapeva che un giorno sarebbe dovuta partire, affrontando i pericoli. Se non fosse riuscita a sconfiggerli avrebbe accettato la sua sorte crudele. La giovane medusa non poteva parlare di questo con mamma Polipo, così andava spesso a fluttuare con Zia Cassiopea, una medusa grande 30 centimetri con i tentacoli corti e bellissime macchie viola su tutto il dorso. Cassiopea, che non si era mai sognata di abbandonare quel luogo paradisiaco, raccontava spesso alle piccole nate la profezia Scifoide o della Luna Monotona, che dagli albori del mondo si era compiuta soltanto due volte: la prima nell’antichità e l’altra nel 1816. Entrambi i fatti erano noti grazie a dipinti di meduse pittrici, che si trovavano nel Museo del Mare. La profezia diceva che quando la palla di luce che illuminava il buio al di là del mare fosse rimasta rotonda per 10 volte, l’ultima notte le meduse che si trovavano nella colonna di acqua ascensionale avrebbero potuto intraprendere un viaggio, trasformandosi in qualunque cosa desiderassero. Nell’Antichità, una medusa che aveva perso la famiglia per bocca di un Tonnaccio Mannaro, aveva scelto di restare per sempre essere mitologico e si diceva avesse sterminato moltissimi Delfuochi e Tartaspaventi oltre a terrorizzare il popolo degli umani. Furono questi ultimi, arrabbiati, a trovare il modo di ucciderla. La seconda, una medusa che viveva nella Manica, aveva scelto di trasformarsi in una nave che trasportava umani: purtroppo dopo la notte dei desideri la scelta era irreversibile. In una notte di stanchezza la Medusa Fregata, non riuscì a vincere una tempesta al largo della Mauritania e vide morire la maggior parte del suo equipaggio che per sopravvivere divenne cannibale. Non certo una bella sorte per chi aveva deciso di abbandonare l’identità che la Natura aveva scelto. Aibebelau sapeva i rischi che correva, ma ogni sera osservava la sfera luminosa al di là del mare, contando le notti e aspettando il lungo novilunio detto fenomeno della Luna Monotona.

Il viaggio

Un giorno i suoi leggiadri tentacoli restarono impigliati in uno scoglio, così mamma Polipo le disse di restare a riposo per 10 giorni: le alghette si trasferirono su di una sorella e Aibebelau si distese dolorante su uno scoglio. Avrebbe rivisto la sua famiglia al termine della convalescenza. Sarebbe rimpicciolita un po’ senza le succulente cene zuccherine preparate dalle alghette, ma la guarigione dei tentacoli aveva la precedenza. Quella sera il cielo era nuvoloso, così nemmeno la luna poteva farle compagnia. Aibebelau restò con i suoi sogni, si addormentò e sognò un disco rotondo e luminoso. Lo stesso fu nelle sere successive. Il nono giorno il tentacolo stava meglio e Aibebelau decise di fluttuare un po’ in giro: la monotonia e la solitudine stavano per finire!. Dopo alcune ore scese una sera bellissima, illuminata da splendide stelle, che sembravano danzare, attorno ad una magnifica luna piena, proprio come Aibebelau l’aveva sognata per tante notti. La luna in un istante sembrò precipitarle addosso sotto forma di dardo luminoso. La giovane medusa non poteva credere a ciò che stava accadendo: l’amica, che tanto aveva ammirato, era vicino a lei e le stava sorridendo: «Aibebelau – la chiamò – le tue sorelle non fanno altro che seguire quell’egocentrico del Sole e sono troppo stanche la sera per rivolgermi uno sguardo, anche se sono io il centro della profezia che riguarda il popolo delle meduse dorate. Pensano solo al lavoro che le porta ad avere ogni giorno succulente cene zuccherine: tu invece consideri i sogni un vero nutrimento; ti ho osservato e ti ho scelta per far avverare di nuovo la profezia. Come sai hai solamente una possibilità e starà a te decidere della tua sorte. Ho dovuto chiedere alle nuvole di coprirmi, altrimenti gli animali che vivono sulla terra emersa si sarebbero accorti del novilunio durato dieci giorni: vai al centro di quella colonna ascensionale e desidera come solo tu sai fare. Ma ricorda: dovrai prendere una decisione entro domani mattina all’alba. Se non ti troverai nell’acqua quando il sole si sveglierà, ti scioglierai e di te resterà solo un’ombra secca sulla spiaggia. Molte tue sorelle sono morte cercando di avverare i propri sogni di libertà ». Aibebelau, senza pensarci un attimo, si mise al centro della colonna ascensionale e subito desiderò di essere una medusa libera di mare. In un attimo si ritrovò catapultata in acque gelide e profonde di cui non si vedeva la fine. Si lasciò andare per farsi trascinare dalle correnti che erano più violente di quelle abituali, così come il sapore dell’acqua, decisamente più forte e deciso. Ad un tratto le altre meduse cominciarono a scappare e così fece lei: appena in tempo per sfuggire a quello che doveva essere un gigantesco Tonnaccio Mannaro, che con la sua bocca cavernicola aveva ingoiato la medusa che un attimo prima stava nuotando proprio accanto a lei. Quando le acque si furono calmate si ritrovò al centro di un banco di sorelle che la stavano fissando interrogative: «Chi sei? – dissero – bisogna sbrigarsi per la caccia: prima dell’attacco avevamo avvistato delle uova di Tonnaccio Mannaro, forza andiamo!». Inorridita all’idea di mangiare il figlio non ancora nato di un altro essere vivente, anche se nemico, Aibebelau disse: «Aspetterò che le alghette mi preparino la cena zuccherina, andate pure senza di me». Le altre meduse, che non avevano mai sentito parlare delle alghette, ridendo, se ne andarono, lasciandola sola. Aibebelau non si scoraggiò, non trovava affatto simpatiche quelle meduse selvagge! Ad un tratto si imbatté in un asilo notturno, zeppo di cuccioli che sembravano fluttuanti come lei: «Cosa siete ?– disse Aibebelau – anche voi avete i tentacoli, giochiamo tutti insieme?» «Siamo polpi, vattene – disse uno di loro- altrimenti ti mangeremo. Noi vogliamo stare da soli, qui ognuno gioca nel proprio anfratto. Noi odiamo giocare insieme e anche quando i nostri genitori tornano dalla caccia, ognuno se ne sta per conto suo! Tu non sei come noi, tu sei gelatinosa…!».«Io sono sinuosa e traslucida, il sole con la mia pelle gioca e crea colori mai visti e quando nuoto danzo, guarda?!» Detto questo sollevò un’estremità e prese il tentacolo del polpo nel suo, per invitarlo a danzare. Il piccolo polpo si mise a piangere e ad urlare. In un attimo ci fu una grande confusione, che fece accorrere la Piovra Guardiana: appena la nuvola di sabbia sollevata si dileguò prese fra i tentacoli il piccolo in lacrime, tutto bruciato dal contatto. «Acab, quante volte ti ho detto di non giocare con le meduse, sono urticanti… Ora medichiamo la ferita e poi tornerai nel tuo anfratto a fare quello che ti piace di più, cioè, giocare da solo. Non devi fidarti di un estraneo solo perché ha i tentacoli». Aibebelau, che intanto si era nascosta, ascoltò esterrefatta le parole della Piovra Guardiana: i suoi tentacoli non avevano mai ferito nessuno, nel lago dorato non erano urticanti! Così cercò al più presto una corrente ascensionale e chiese alla luna di diventare un pesce del mare. Dopo un attimo la piccola si sentì pesante: i tentacoli erano stati sostituiti da aerodinamiche pinne. Aibebelau cercò di farsi trascinare dalla corrente come era abituata a fare ma non funzionò: si doveva nuotare, sudando sette camicie. Ad un tratto si voltò e vide accanto a lei un terribile Tonnaccio Mannaro: si mise a strillare. Il tonno la guardò incuriosito e continuò a nuotare: Aibebelau andò a specchiarsi nella valva di un ostrica e si accorse di essere diventata ella stessa un Tonnaccio Mannaro. Almeno non doveva avere paura di essere mangiata, ma doveva cambiare desiderio al più presto, altrimenti avrebbe dovuto fare uno spuntino con qualcuna delle sue sorelle di mare. Approfittò dell’occasione per vedere come era la vita di un mostro e in breve si accorse di dover cambiare idea: una madre stava piangendo le sue uova, che uno sciame di meduse aveva appena mangiato. Un’altra madre le stava spiegando che è il ciclo naturale della vita e che l’avrebbero aiutata a nascondere meglio la cova successiva. Mentre Aibebelau si rattristava, la luna in cielo sorrideva soddisfatta. Un attimo prima che Aibebelau potesse chiedere alla luna di cambiare forma, la piccola restò impigliata in qualcosa di strano e dopo un attimo si trovò al di sopra della superficie, stipata insieme ad altri tonni, senza riuscire a respirare. Prontamente chiese alla luna di diventare come quella cosa che era sotto i suoi occhi e di cui non conosceva il nome. «Vuoi diventare una barca da pesca, piccola mia?» chiese la luna. «Voglio andarmene dall’acqua è un posto orribile, non me ne rendevo conto». Aibebelau si ritrovò ad essere un barcone da pesca su cui degli strani esseri su due zampe, che dovevano essere “gli Umani”, correvano senza sosta e dove, ahimè, le creature marine morivano lentamente. Dopo poco fu guidata verso qualcosa che sembrava la fine del mare e rimase sola. C’era sabbia bellissima ed asciutta e, subito dopo, un manto verde che sembrava morbidissimo da cui spuntavano cose strane che le ricordavano la sua infanzia. Chiese agli uccelli che sonnecchiavano, di cosa si trattasse e loro, che non avevano mai sentito del legname lavorato parlare, spiegarono di buon grado della spiaggia, dei fiori e degli alberi, che venivano tagliati per costruire le barche come lei. Aibebelau per un attimo pensò di diventare una creatura dell’aria, ma prima chiese agli uccelli di cosa si nutrivano. «Siamo pellicani, mangiamo ottimo pesce, ce lo danno gli uomini subito dopo la pesca!» risposero con i loro becchi enormi. Era davvero difficile decidere che cosa essere; Aibebelau si mise a fissare gli alberi e i fiori fino a quando non scorse quella che le sembrava una medusa variopinta, appoggiata sul prato. «E’ un fungo – le disse la luna – vuoi provare la sua vita? Non mangia pesci né altri animali, la sua giornata è pacifica»

Cielo o mare?

«Proprio quello che desideravo – disse Aibebelau –non voglio far male a nessuno». «Proprio come a casa tua, piccola »aggiunse la luna, sorridendo compiaciuta. Detto fatto: in un attimo Aibebelau si ritrovò fatta di materia porosa, morbida come un cuscino ma irreparabilmente ancorata a terra, proprio come quando, appena nata, attendeva di staccarsi per poter vedere il mondo. Delusa decise di restare lì fino alla fine della sua vita. «Una notte è breve piccolina per fare delle scelte e il tuo viaggio è stato istruttivo – intervenne la luna – lascia che ti mostri qualcos’altro che ti permetterà di vedere tutto ciò che desideri, senza dover per forza far del male a qualcuno: ti trasformerò in una nuvola, che nuota nel cielo facendo compagnia al sole di giorno e a me durante la notte!» In un battibaleno Aibebelau era tornata ad essere leggera e sinuosa, a spostarsi con le correnti d’aria in un cielo infinito che sembrava a sua completa disposizione. La sua vita nel piccolo lago le sembrava solo un lontano ricordo. Era finalmente felice ed appagata. Ad un tratto però, guardando in basso, scorse il lago delle meduse dorate, che visto dall’alto era uno spettacolo meraviglioso. Immaginò mamma Polipo, zia Cassiopea e tutte le sue sorelle che si stavano preparando al lavoro. Era quasi l’alba e le sembrava di sentire le voci stridule delle alghette, pronte ad una scorpacciata di raggi solari e ad un tratto capì: era nata medusa e medusa voleva essere. Il suo lago era casa e ad un tratto non le sembrava più così piccolo. Lo capì appena in tempo, il sole si stava stiracchiando. La luna soddisfatta mandò Aibebelau in acqua nell’attimo stesso in cui i primi raggi cominciavano a mostrarsi, un istante prima che mamma Polipo, dopo 10 giorni di lontananza forzata tornasse dalla sua piccola. «Allora Aibebelau, è guarito il tuo tentacolo? Spero tu non ti sia annoiata in questi lunghi giorni solitari, né che sia dimagrita troppo. Sei pronta a ricominciare il lavoro? Stasera le alghette ti prepareranno una cena zuccherina speciale!». La piccola abbracciò la madre e si prese cura delle alghette con una dedizione tale che non si era mai vista in una medusa dorata. Da quel giorno, la piccola, insegnò la pazienza alle sorelle e ai piccoli nati, la saggezza del mondo. Le sue storie, narrate al chiarore della luna, non educavano all’immobilità imposta dalla paura, ma indicavano la diversità come ricchezza e l’appartenenza come un dono inviolabile. Fu così che la piccola venne ribattezzata Aibebelau della Luna Magica.

Conclusione

Chiunque avvisti un banco di Meduse che migrano, al di sopra del proprio sguardo, faccia attenzione a pensare che si tratta di una fantasia, di un’allucinazione o della forma curiosa di una nuvola. Se chi ascolta si troverà al di sotto delle Meduse sappia che non sta osservando un volo. Le meduse hanno fatto ritorno nel loro mare, si chieda quindi se ciò a cui è appoggiato sia davvero l’angolo di una stanza o la superficie di un letto: C’è la possibilità che chi osserva, senza rendersene conto, si trovi sul fondo del mare: la luna ha il vizio di giocare con i desideri, che le piace ascoltare nel silenzio della notte. Il colore delle pareti non aiuterà a dissipare i dubbi perché quel blu intensissimo potrebbe essere cielo oppure, oceano.


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