Quando il bambino era bambino, | se ne andava a braccia appese, | voleva che il ruscello fosse un fiume, | il fiume un torrente, | e questa pozza, il mare. || Quando il bambino era bambino, | non sapeva di essere un bambino, | per lui tutto aveva un’anima | e tutte le anime erano un tutt’uno. || Quando il bambino era bambino, | su niente aveva un’opinione, | non aveva abitudini, | sedeva spesso a gambe incrociate, | e di colpo sgusciava via, | aveva una vortice tra i capelli | e non faceva facce da fotografo.|| Quando il bambino era bambino,| era l’epoca di queste domande:| “Perché io sono io e perché non sei tu?| Perché sono qui e perché non sono li?| Quando comincia il tempo, e dove finisce lo spazio?| La vita sotto il sole è forse solo un sogno?| Non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo quello che vedo, sento e odoro?| C’è veramente il male e gente veramente cattiva?| Come può essere che io che sono io non c’ero prima di diventare?| E che una volta io che sono io non sarò più quello che sono?”

Peter Handke Song of Childhood (incipit de Il Cielo Sopra Berlino di Wim Wenders, Germania, 1987)

Quando sei un bambino ma non sai di esserlo, la realtà intorno a te sa di avere infinite possibilità e ti propone spettacoli fantasiosi di nuvole che danzano in forme animate, di rocce che grazie alla pazienza dell’acqua e alla duttilità della luce giocano al teatro delle ombre, steli che si mostrano nella loro leggerezza pronti per essere soffiati nel cielo con un sorriso. La Natura continua anche dopo a proporre spettacoli magici e delicati, ma il bambino, ormai diventato adulto, difficilmente è in grado di vedere tutto ciò, credendolo un sogno sotto il sole. Non si tratta di realtà o di immaginazione, ma di fantasia e sensibilità. Serena Piccinini ha conservato la coscienza del fanciullo e il suo essere artista ha la missione di restituire per un attimo l’anima più genuina a chi è disposto a credere di averla solo dimenticata. Le sue opere, delicatissime ed eleganti, parlano direttamente all’infanzia che risiede in ogni essere vivente,con la capacità di esprimersi in tutte le lingue del mondo, attraverso installazioni poetiche di materiali semplici. Le sue favole sono per rallegrare il fanciullo nascosto nell’adulto, ma anche per far addormentare i cuccioli di sasso, per rassicurare i germogli appena svegli, per tenere compagnia alle nuvole in viaggio e distrarre le giovani zanzare affaticate per il loro imparare a nutrirsi. Quello che l’artista genera è un universo ingegnoso, di una fantasia sincera e pulita, in cui l’ibridazione porta al sorriso e dove le aberrazioni non comportano una conseguenza minacciosa ma piuttosto la materializzazione di un sogno. Non si intenda questo termine nel suo significato retorico, ma piuttosto lo si interpreti come il compiersi di uno dei più grandi poteri dell’arte e delle sue sconfinate possibilità. Così, Serena Piccinini, stravolge il concetto di realtà oggettiva e la sua importanza. Tutto ciò che lei immagina prende forma divenendo reale, attraverso la minuziosa piegatura di carta candida e colorata, che come da tradizione, pone in essere uno degli infiniti mondi che essa possiede in essenza. La sua mente prima e la sua mano poi, si muovono assecondando libere associazioni, in cui ogni spettatore può essersi imbattuto prima, nella sua immaginazione. Si parte dall’ombra, poetica come un haiku, protettiva come un manto, che segna il candore con la propria granulosità, creando un piccolo mondo effimero ed impalpabile, complesso ed ordinato da precise regole, definito da forme astratte ed intricate che alterano la percezione visiva delle forme, una poesia dalla metrica rigorosa dedicata all’incorporeo, che sostituisce le parole con le forme (Haiku origami, fotografia su carta baritata, 2009). Dalla bidimensionalità si passa alla fisicità concreta del mondo in cui viviamo, che si scopre popolato da bizzarri personaggi ibridati a cui l’artista, come un vero etologo, si impegna a battezzare forme di vita ancora sconosciute: un Cervocielo Dorato (Cervidae Ramificatus Nano, scultura di carta, 2012) dal palco complesso come un intrico di strade, che si pone come intermezzo fra lo spettatore e la volta celeste collocandosi come mappa di navigazione, una Girafpillar (Giraffidae Escavator, scultura di carta, 2008), ibrido fra una giraffa ed un escavatore; infine, una tartaruga, paziente ed inesorabile come il tempo, che porta sulle spalle il peso di un edificio, un castello giapponese, antico come la creatura che lo abita (Abitando il tempo, scultura di carta, 2012).

L’operazione di Serena Piccinini tende a dare una forma possibile a sogni mansueti, lasciando nello spettatore la sensazione che qualcosa di magico possa sempre accadere, come l’avverarsi di un desiderio per cui non è necessario attendere una notte di stelle cadenti; anche la vita sotto il sole può essere un sogno e in mancanza di lumicini celesti, è possibile usare un soffione (Soffioni, installazione, 2012), morbido come un abbraccio, capace di dare una risposta che non necessita di parole ad un quesito vecchio come l’uomo: qual è l’origine di un desiderio?


testo critico di “(In)naturale” personale di Serena Piccinini

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