In qualità di traduttore melodico di immagini in parole (cioè critico d’arte) ho spesso tentato di stimolare gli artisti chiedendo loro di interpretare alcuni miei testi narrativi, per uscire dal circolo vizioso sempre uguale a se stesso (e troppo spesso autoreferenziale) di tradurre in verbo una sensazione che se la cava in modo egregio attraverso il proprio medium (sia esso fotografia, pittura, scultura, installazione e chi più ne ha più ne metta). Questo perché troppo spesso l’uomo, dopo la confusione delle avanguardie, ha cominciato ad avere paura dell’arte e a convincersi che essa portasse messaggi troppo difficili da decifrare. Come se per godere dell’arte, non fosse sufficiente la decodifica emozionale che ne fa il cuore, ma fosse per forza necessario gettare qualche avanzo da spolpare alla ragione.

Per questo si è resa necessaria la creazione di una figura critica che cerchi di spiegare non esattamente ciò che un rassicurato spettatore debba provare davanti all’opera, ma almeno una chiave di lettura che possibilmente sia stata fornita dall’artista in fase di creazione. A volte questo risulta operazione pedestre e un po’ noiosa, così certe volte mi è capitato di chiedere agli artisti di interpretare un mio scritto narrativo con un’opera che in qualche modo lo rappresentasse, ponendomi come stimolo iniziale.

Mai però mi era capitato prima di dover diventare parte stessa dell’opera d’arte tramite una mia fantasia letteraria, come nel caso di Vite di uomini non illustri, il nuovo progetto di Alessandra Baldoni, che – come sarà facile notare appena entrati in contatto col meccanismo – non potrà non toccare il cuore di chiunque sia coinvolto anche solo come osservatore.

Alessandra Baldoni è una poetessa della vita: tutto ciò che lei investe con il proprio sé acquista immediatamente un alone lirico, fosse anche l’azione più semplice. Il suo modo di fare arte è totale e dichiara il suo “essere per necessità parte del mondo”. E nessun mondo, anche il più egocentrico, non può essere fatto solo di sé, ma richiede l’analisi delle relazioni con il circostante, animato ed inanimato, letto in connessione con la memoria (il passato) e con il desiderio (il futuro). Noi siamo semplicemente tutto questo. E così anche l’arte relazionale e poetica messa in scena da questa straordinaria artista rappresenta una novità originalissima e genera nello spettatore una sensazione di necessità dell’arte nei confronti del mondo. Si tratta di una collezione di vecchie foto, mescolate a nuove messe in scena dall’artista, che tentano con rispetto ed ammirazione di ricreare le stesse atmosfere. Figure che divengono emblema di una vita passata, che mostrano i nostri antenati ormai senza nome, che riacquistano grazie a questo progetto un motivo tutto personale ed ineffabile per continuare a vivere con significato.

Un progetto che regala un motivo razionale ad ogni anonimo spettatore di realizzare un’opera di invenzione favolosa da consegnare al mondo come fosse un esempio, una possibilità plausibile ed innegabile. Per noi e per chi è ritratto. Un’azione che non imbroglia né imprigiona il soggetto ritratto nella sua unica esistenza oggettiva, ma gli permette di saltare di coscienza in coscienza, attraverso una serie ipoteticamente infinita e fantasiosa di possibilità. Ogni personaggio ha smarrito, per colpa del caso e del tempo, la memoria tangibile del proprio futuro a causa della perdita della propria storia, ma avrà una serie di case pronte ad ospitarlo, nella memoria di chiunque abbia voglia di immaginare per lui una realtà.

dalla riva al mar ligure
18 marzo 2012

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