Pensieri rabbiosi al limitar del grigio: un bosco di segni, oscuro eppure penetrabile, da cui è inevitabile sentirsi attratti per poi perdersi. Luca Caimmi tratta la china in maniera tesa, come se essa fosse un’entità viva, conscia dell’aspettativa che l’autore ripone in lei. Le rapide successioni contrastanti di segni, apparentemente casuali, rivelano in realtà una minuzia che non lascia spazio al caso. La carta viene impressa in maniera umorale, lasciando l’impressione che quello sia l’unico destino possibile, stabilito in presenza dell’inizio dei tempi. L’opera dell’artista dibatte incessante nei territori di ricerca tesi fra il disegno ed una ceramica liscia e candida. Qualunque sia il materiale però la riflessione si basa su semplici forme che svelano forme di vita basilari: il geyser, il cristallo, l’iceberg… Ciò che ne scaturisce, tanto nella bidimensionalità, quanto nel tuttotondo minimal è un risultato manifesto di un equilibrio che sgorga dal gesto spontaneo, come vera e propria alchimia. La gamma cromatica si modula nelle gradazioni dei grigi più prossimi alla notte, lasciando ai guizzi candidi e sottili il ruolo narrativo, come se il discorso visuale fosse fatto solo di improvvisi e rapidi suoni e non da una successione di frasi. L’artista lavora utilizzando discorsi di fantasmi più prossimi all’uomo dell’uomo stesso, capaci di parlare all’anima più che alla ragione, impossibili da decodificabili in maniera unidirezionale. Questo avviene perché il fare artistico per Luca Caimmi rappresenta il concretizzarsi vero e proprio di un pensiero, che esiste ma è incapace di mostrarsi nel mondo fisico delle cose: stiamo vivendo un nuovo e svogliato illuminismo, un’epoca della ragione rovesciata in cui non è tanto ciò che non si vede a non esistere quanto, al contrario, è necessario capire cosa sia reale in tutto ciò che vediamo. L’epoca dello sviluppo dei “trucchi” televisivi, dai poteri sommersivi, ha portato con sé prima la diffidenza e poi l’indifferenza nei confronti del discernimento fra realtà e finzione, creando una nuova definizione di vero, che non è più relegata a ciò che fisicamente possiamo toccare, ma piuttosto si riferisce a ciò che ha un fondamento che possa concretizzarsi anche solo a livello dimostrativo, senza necessariamente scomodare un’estetica che copi la natura.

Per questo possiamo affermare che l’opera di Luca Caimmi sia incentrata nella direzione di una definizione fantastica di un reale davvero tale, perché dichiara una prossimità ad esso definita da una necessità di espressione capace di porre in essere situazioni metaforiche di nuova scuola, volte semplicemente ad utilizzare immagini che, da un lato, restino attaccate alla retina e dall’altro chiedano spiegazioni critiche ad un osservatore stanco ed assuefatto. Quest’ultimo viene accompagnato suo malgrado dai soggetti dell’autore in territori che non conosce: sono dita scheletriche e scarnificate da cui non si riesce a fuggire, prima di ritrovarsi nell’orbita di vere e proprie danze macabre capaci di imprigionare col semplice fascino.

In tutto questo gli assoluti del nero e del bianco, estremi capaci di generare un territorio infinito, sono parte dell’immagine. Sono nebbie, nevi, notti o liquidi intensi che racchiudono la totalità del creato. Il disegno è questo, per Luca Caimmi: sotto le mani, quotidiano e che non vuole distanza.

testo critico di “PERFECT NUMBER – 9 artisti, 9 curatori, 9 stanze, 9 project room, 9 personali. terza edizione”

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