Tintin Wulia, Domenico Buzzetti, così lontani, così vicini.
di Viviana Siviero

«E’ necessario che le nuvole fuoriescano anche dalla cornice. Tutto esce sempre da se stessi: il sangue, le lacrime, le nuvole, la vita stessa» scriveva Frida Kahlo. Lo stesso, per estensione, vale per ogni cosa realizzata fattivamente dall’uomo; un’opera d’arte, così come il sudore o le lacrime, è espressione intima e diretta di un corpo che pensa, di un’intelligenza emotiva che incanala il proprio bisogno d’espressione rendendolo tangibile con i mezzi di cui è capace: poesia, letteratura, pittura, video, installazione, performance, musica, fotografia, teatro e tutto il resto. Per questo l’arte esiste da sempre; pur non essendo necessaria nello stesso modo in cui lo è il cibo, è parte integrante della civiltà, fin dagli albori della ragione: quando l’uomo cominciò a divenire consapevole del proprio “senso suppletivo”, il ragionamento logico, decise di trascrivere le proprie gesta utilizzando il linguaggio universale delle immagini servendosi di una combinazione semplice eppure potente di linee e colori. Innescata la scintilla prometeica l’uomo non smise più di raccontare l’uomo all’eternità. Il tempo ha cambiato sia la riflessione sia la sua forma, in relazione alla storia: l’arte di volta in volta si riallinea agli avvenimenti schierandosi con essi e contro di essi a seconda del momento e dell’identità di colui che ospita la voce che si impone con più forza delle altre nel tempo. L’oggi è un momento strano, in cui le rivoluzioni sembrano non avere più senso: è l’interiorità che conta per le intelligenze emotive e i discorsi più interessanti partono spesso dal sé per divenire universali nell’intimità privata e muta dello spettatore.

A partire da questa premessa, Domenico Buzzetti e Tintin Wulia, tentano un intreccio di amorosi sensi, dando vita ad una riflessione che pone l’uomo al centro, rivelando l’influenza che ogni essere umano ha sulla terra, sul mondo in tutti i suoi aspetti, dall’ecologia alla geografia. Il punto di tangenza fra le due produzioni avviene – utilizzando la metafora – “al di fuori del quadro” esattamente dove le nuvole dovrebbero trovarsi, continuando il proprio esodo intrinseco ed inevitabile: la memoria, i desideri, i confini, sono tutti prolungamenti dell’uomo; il punto nodale però è inquadrabile nella riflessione che si può fare attorno ad essi e alla loro esistenza oggettiva seppure impalpabile. La loro natura multisfaccettata li rende simili a pietre preziose, capaci di deviare i raggi-conseguenze in miliardi di direzioni imprevedibili. Nessuno di essi è impossibile da definire genericamente; al contrario si tratta di un’operazione semplicissima che necessita di pochi secondi. E’ quando il ragionamento si fa più complesso ed entra nello specifico che l’arte diviene l’unico strumento possibile per darne una visione reale, più oggettiva di quanto una definizione potrà mai essere.

Tintin Wulia presenta un video il cui titolo Nous ne notons pas les Fleurs si riferisce ad un passo del celebre libro di Saint-Exupéry (1943), più precisamente al punto in cui il geografo dice al Piccolo Principe che i fiori non vengono registrati perché sono effimeri, a differenza della Terra. Con una buona estensione di ragionamento lo stesso vale per la memoria, che viene registrata in maniera selettiva e resta comunque elemento effimero, continuamente minacciata dal tempo, che senza la sua presenza, sconfiggerebbe continuamente l’attimo, rendendo inutile l’esistenza stessa. Wulia lavora nel tentativo di rendere tangibile l’idea universale riferibile ai confini e alla loro realtà, in contrasto con l’umano sentire che li vede congelati ed immobili. L’opera imponente è composta da tre schermi che mostrano la mappa dell’India a volo d’uccello, ritratta con lo stesso angolo visuale ma ripresa da 3 differenti angolazioni a cui si aggiunge uno scarto temporale. Nel primo schermo si vede il processo di formazione della mappa, che si riferisce all’artificialità con cui vengono creati i confini; la parte centrale del trittico mostra l’evoluzione naturale della forma geografica mentre il terzo video fa metaforicamente accenno alle rivoluzioni, mostrando come la mano dell’uomo sia in grado di offuscare i confini, che divengono così elementi empirici, perdendo la propria valenza assoluta e mostrando il loro aspetto reale e corruttibile per opera di un elemento fortemente iconico come il fiore con tutte le sue implicazioni storiografiche e significanti. Wulia non si è limitata a questo, ha reso ancor più sottile la propria riflessione basandosi sul teorema della mappa dei 4 colori per generare la cartografia di una terra incognita partendo dalla negazione di ciò che il geografo letterario afferma, e registrando i fiori, che sono calendula gialla, calendula arancione, tuberosa bianca e ibisco rosso, presi dalle tipiche ghirlande utilizzate durante celebrazioni e cerimonie religiose. L’opera, oggi video, è nata come performance, realizzata a Patna, capitale del Bihar, lo stato dell’India col più alto tasso di esodo dell’India, che appartiene alla regione orientale, malata per problemi di confine.

Un concetto che viene a legarsi indissolubilmente a quello di memoria: tutto ciò che è fallibile scomparirà dal mondo delle forme per sopravvivere solo in quello ideale presieduto dalla memoria. E la memoria è proprio un tema centrale nei lavori di Domenico Buzzetti, che ben si accorda così a quello trattato da Wulia.

Nel trittico fotografico The imperfections of memory Buzzetti elabora il concetto di memoria facendosi messaggero di una verità dei fatti, che viene però espressa attraverso un semplice seppur inedito ragionamento per immagini: l’inquadratura di un fatto iconico e universalmente riconosciuto come catastrofico, l’attentato alle torri gemelle dell’11 settembre 2001, innesca una serie di interrogativi inevitabili, basati su se e su ma, che vengono rievocati da un semplice giornale ingiallito che riporta la tragica data che a detta ormai universale è impressa nella memoria di ogni singolo uomo occidentale, attraverso uno specifico ricordo, che rappresenta l’attimo personale che si stava vivendo nel momento esatto del dramma. La seconda riflessione parte da ciò che l’amore rappresenta, facendo leva sull’idealizzazione che inevitabilmente mette in atto, generando spesso frustrazioni ma permettendo in fondo la conservazione della specie, mentre il completamento della narrazione si compie – anche qui nel trittico – attraverso la messa in gioco della tecnologia, non condannata per le sue specificità ma per l’uso improprio ed esagerato che l’uomo ne fa, ponendosi il nulla come obiettivo.

Immagini delicate e soffuse come un pensiero che non potrà mai e poi mai essere nitido, mostrano un’incapacità intrinseca di fissarsi nell’istante eternato che è il tempo della fotografia e contemporaneamente la sua falsa realtà. Piuttosto momenti fugaci che mostrano il proprio esistere della durata di un attimo, scavalcati subito dopo dal sorgere di una nuova immagine concatenata alla precedente seppur pindaricamente. Dalla foto si passa al video e il tempo mutua la sua forma così come gli elementi espressivi e in cui il corpo è strumento prediletto di percezione. Per Buzzetti sia l’azione sia la non azione sono la chiave di violino dell’intera sinfonia e avvengono sempre su di uno sfondo neutro se si tratta di un interno o specifico e ben localizzato oltre che riconoscibile se l’azione avviene all’aperto, a differenza della fotografia in cui l’artista mette in scena il gran teatro fotografico attuando pose classiche che gli permettono l’inserimento di diversi piani narrativi, congeniali a quello che è il piano espressivo. Ciò che avvicina le due personalità, così lontane geograficamente, così vicine oggettivamente non è la trattazione del reale e nemmeno banalmente l’impiego del supporto video come medium, ma piuttosto una certa capacità di vedere il mondo svelandolo attraverso gesti e ragionamenti che partono dalla semplicità per affrontare verità mastodontiche che divengono così di immediata comprensione. Così Buzzetti affronta differenti tematiche fra cui quella dell’inerzia, della procrastinazione e del senso di colpa (my bad) e quella dell’incapacità dell’uomo di vivere in simbiosi con la propria madre generativa, la natura (about nature and me), o ancora dell’interferenza dei sogni (perceptionz), chiamando in scena il suono che diviene qui protagonista della narrazione e mezzo espressivo principale, poi riprodotto dal supporto video. Suono e video si intrecciano alla fotografia più classica in cui una figura femminile si prende semplicemente cura della natura, con un gesto antico e semplice rischia di essere dimenticato, schiacciato dalla rapidità del contemporaneo che disabitua all’osservazione oltre che alla riflessione (The fall), mentre la contrapposizione nietzscheana fra dionisiaco e apollineo (Conscientia tremens) si concretizza nell’accostamento di una figura nera e una bianca su sfondi disegnati dall’artista che riproducono scene liberamente scelte dal panorama di uno dei periodi artistici più alti che l’Italia abbia mai vissuto, il Rinascimento, lezione imprescindibile per qualunque individuo, anche se non impegnato nei dotti campi dell’arte.

Così, alla luce del tutto, le analogie fra le poetiche dei due autori, così lontani, si dimostrano intimamente vicini, nonostante la scelta analoga del medium e le grandi differenze espressive e visuali di partenza: il tema dell’allontanamento e dell’esodo, che Wulia indaga a partire da una matrice più nazionalistica e sociale, in Buzzetti assume la fisionomia di una riflessione più intima e personale che parte dal singolo per riferirsi ad ogni osservatore attraverso i sogni e le frustrazioni personali. Poco importa se l’esodo resta un desiderio (Buzzetti, my bad) o se si concretizza nei grandi numeri (Wulia, Nous ne notons pas les fleurs) passando dal corpo fisico a quello geografico: il concetto non cambia. Lo stesso vale per le molteplici riflessioni sull’amore e sul mondo, luogo grigio per entrambi in cui però è sempre viva la fiamma della speranza che passa attraverso il fare degli abitanti della terra, siano essi ritratti nel loro abito mortale, siano essi espressi attraverso una veste metaforica, rappresentata dai fiori, che abitano le carte geografiche e sono responsabili dell’offuscamento dei confini. Fiori di cui, seguendo l’assurto del capolavoro Saintexuperiano, è necessario prendersi cura affinché sopravvivano, nonostante i loro tentativi difensivi possano ferirci. Questo e’ l’amore…

Immagini fotografiche, video, videoinstallazioni e realizzazioni sonore, capaci di vivere indipendentemente le une rispetto alle altre, ma anche di contrappuntarsi in un reciproco dialogo che arricchisce lo spettatore di letture ancor più nuove; opere che agiscono come messaggeri più che come messaggi in sé e che soffrono del loro essere inascoltati; perché il loro talento è quello di portare la vicinanza a chi è lontano…

Voi che noi amiamo

Voi non ci vedete

Non ci sentite

Ci credete così lontani

Eppure siamo così vicini

Siamo messaggeri

Che portano la vicinanza a chi è lontano

Wim Wenders, Il Cielo sopra Berlino

testo critico di “E’ necessario che le nuvole fuoriescano dalla cornice” doppia personale di Domenico Buzzetti e Tintin Wulia
Vedi il comunicato stampa

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