Sono occhi sedotti dalla notte quelli di Piero Roi, corteggiati dalla fascinazione per il nero profondo, aperti a sfidare il buio e protesi verso la ricerca di una personale visione, intima, silenziosa.

Nella notte lo sguardo si fa puro, scevro degli infiniti, illuminati, dettagli che segnano i confini delle nostre percezioni. In questa atmosfera di passaggi velati, di figure che si mescolano con il fondo dal quale emergono a fatica, Piero Roi mette in scena la sua acuta riflessione sulla luce, sulla duplicità del suo utilizzo e sulla sua valenza rivelatrice. Questa nuova dimensione altra, generata dalle sue opere, non può che contenere tutti i caratteri del più affascinante dei paradossi: in una forma compiutamente cercata, la luce non è più colei che governa la visione delle cose, è ora strumento di un occhio che vede oltre, è il tratto finissimo di una piccola torcia che scrive sul nero.

In opere come “Raising Chants”, ad innalzarsi nel buio è il canto intimo e leggero di un bianco che apre sottili fenditure, è il canto di un occhio curioso che scruta tra le pieghe della natura, guidato dalla purezza di sensazioni e pensieri profondi.

Questo dialogo seducente, che riesce perfettamente ad allineare l’immanenza di una percezione personale, con la purezza della natura, si fa trascendenza della visione, restituendoci ciò che l’occhio riuscirebbe a percepire se gli fosse concesso il giusto ascolto, le opere di Piero Roi sono materia coalescente, pronta a raccontarci di tutte quelle fuggevoli sensazioni che spesso non riusciamo a trattenere.

In una trama disseminata di dettagli epifanici, i mondi sommersi, delineati da una particolare attenzione alla meraviglia silenziosa, oltre a sfidare la canonica visione di buio e luce, estendono il paradosso chiamando in causa il tempo, l’istante. La scelta dell’artista di confrontarsi con la polaroid che, nell’immaginario collettivo, rappresenta velocità e leggerezza, denota la volontà di andare oltre il paradosso ed unire gli opposti, condensando la lentezza della ricerca, dell’attesa, nell’istante perfetto, quello che corrisponde alla scrittura esatta delle proprie sensazioni.

La rielaborazione del mondo che ci circonda, diviene per Roi lo stimolo continuo verso una sintesi ideale e sempre nuova; l’incursione in piccoli mondi segreti ed inaspettati, dove spazio e tempo si aprono a nuove contaminazioni, porta con sé l’eco di una matura consapevolezza sul ruolo stesso della fotografia, sospeso a metà tra artefatto e mimesi, definito dall’artista stesso come “strumento magnifico proprio perché in sé contiene una promessa di verosimiglianza che sempre tradisce.”

Loretta Di Tuccio

 

Piero Roi, Inneres Auge

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